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Categoria: Report e statistiche

  • Report 2022 del Fondo di garanzia per le PMI

    Report 2022 del Fondo di Garanzia per le PMI: cos’è

    Come ogni anno, il Report del Fondo di Garanzia per le PMI rappresenta un termometro dell’economia relativa alle imprese italiane.

    Se non sai di cosa si tratta, il Fondo di garanzia è un fondo per le piccole e medie imprese e professionisti che hanno difficoltà ad accedere al credito bancario perché non dispongono di sufficienti garanzie.

    Grazie a questo Fondo, PMI e professionisti possono accedere ad una garanzia pubblica, che sostituisce le costose garanzie normalmente richieste per ottenere un finanziamento.

    Ma qual è stata la situazione nel 2022?

    Cambiamento qualitativo dell’intervento

    Durante l’anno 2022 si è registrato un mutamento qualitativo dell’intervento.

    Il Fondo è stato infatti maggiormente utilizzato per sostenere lo sviluppo del tessuto imprenditoriale, piuttosto che focalizzarsi nel supporto alle esigenze immediate delle imprese, come era necessario in un periodo di emergenza dovuto al Covid.

    Risulta, infatti, più che triplicata la percentuale delle operazioni a fronte di investimento che si attestano su 71.903 domande accolte, pari al 24,5% del totale, a fronte del 7,4% del 2021.

    L’andamento del 2022 inoltre è segnato da una significativa differenza tra il primo e il secondo semestre: nella prima metà dell’anno, con le misure emergenziali ancora attive, si registrano circa 190 mila domande, quasi il doppio delle 95 mila operazioni approvate nella seconda metà del 2022, quando sono entrate in vigore le nuove misure che mirano alla graduale uscita dalla normativa emergenziale e che rimarranno in vigore per tutto il 2023.

    report fondo di garanzia pmi
    Report 2022 Fondo di Garanzia PMI

    Cresce la quota del Mezzogiorno e delle Startup

    Cresce la quota del Mezzogiorno con 80.232 operazioni, pari al 28,3% del totale (a fronte del 23,8% nel 2021). Se diamo uno sguardo d’insieme al Report, le domande dal Mezzogiorno sono diminuite in misura inferiore rispetto a quelle delle altre macroaree.

    La quota prevalente, anche se in diminuzione, rimane quella del Nord con 140.049 operazioni (49,5% del totale, 53,2% nel 2021), mentre il Centro con 62.775 operazioni si attesta al 22,2% del totale (23% nel 2021).

    Aumentano del 9,3%, infine, le garanzie sulle operazioni “Resto al Sud”, che passano da 2.985 nel 2021 a 3.263 nel 2022.

    Si registra altresì un aumento delle operazioni accolte relative a imprese innovative e startup che risultano 43.739, pari al 15,5% del totale (in aumento del 4,5 p.p. sul 2021).

    Crescono, questa volta in assoluto, le operazioni di startup innovative, PMI Innovative e incubatori certificati: sono 2.177 e segnano una crescita del +2% rispetto al 2021.

     

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  • I professionisti e l’innovazione digitale

    I professionisti e l’innovazione digitale

    La  è una tematica più che mai attuale e stare al passo con il cambiamento è diventata una necessità anche per  i professionisti. Vediamo insieme come si sta evolvendo il processo di digitalizzazione degli studi professionali,

    I Professionisti e l’innovazione digitale: fatturazione elettronica, firma digitale, gestionale online, archiviazione e conservazione digitale dei documenti, sono solo alcuni degli applicativi in cloud che uno studio professionale potrebbe – e dovrebbe – utilizzare.

    A questi si aggiungono le piattaforme di e-learning, i  per commercialisti e professionisti, i software per le videochiamate, il , il sito Internet e la pagina Social dello Studio, fino ad arrivare ai servizi più evoluti come Artificial e Business Intelligence.

    In questo articolo capiremo cosa è successo fino a questo momento in termini di digitalizzazione e cosa potrebbe succedere nel prossimo futuro.

    Iniziamo dando un’occhiata a cosa è successo fino ad ora.

    Cosa è successo fino ad ora?

    Oggi la spesa in tecnologie digitali è soprattutto “law driven”, ovvero guidata dalla necessità di adeguarsi ad obblighi normativi indispensabili per svolgere l’attività professionale.

    Alcuni esempi di tecnologie “law driven” – che tutti conosciamo -fin troppo- bene – sono la fatturazione elettronica e l’adeguamento alla normativa GDPR.

    Gli obblighi normativi però non sono, e non devono essere, l’unico motore trainante del cambiamento.

    L’ingresso nel settore di nuove imprese digitali che offrono soluzioni innovative ha senza alcun dubbio spinto gli studi professionali ad intraprendere il faticoso cammino verso il cambiamento.

    Per queste ragioni, i professionisti e l’innovazione digitale vanno di pari passo per  far si che vi sia un’efficientamento dei processi, oltre che un’innovazione dei servizi, al fine di migliorare la relazione con la propria clientela e acquisirne di nuova.

    Commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati diventano sempre più digitali ed a confermarlo è uno studio dell’ ”Osservatorio professionisti e innovazione digitale” della School of Management del Politecnico di Milano.

    Dati alla mano, nel 2017 la spesa in tecnologie  di commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati italiani, ha raggiunto la cifra di 1.172 milioni di euro, con una crescita del 2,6% rispetto al 2016.

    Ad oggi, i dati dell’Osservatorio relativi al biennio 2018-2019 non sono stati ancora resi noti per cui ci toccherà attendere ancora un po’ limitandoci a guardare con occhio analitico ciò che è stato fino a questo momento.

    In quali tecnologie hanno investito gli studi professionali?

    La ricerca dell’Osservatorio rivela che gli strumenti maggiormente utilizzati dagli Studi di commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati sono:

    1. firma digitale (97%)
    2. fatturazione elettronica (42%)
    3. software per le videochiamate (36%)
    4. sito internet dello Studio (34%)
    5. piattaforme di e-learning (28%)
    6. business intelligence e CRM (3%), che stentano ancora a decollare
    7. artificial intelligence (2%)

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    Chi ha stanziato i budget più consistenti per l’innovazione nel 2017?

    Lo studio dell’Osservatorio afferma che nel 2017 soltanto il 2% degli studi non ha investito in tecnologia.

    Ma del restante 98% degli studi che hanno effettuato investimenti in ICT, quali sono quelli che hanno destinato i budget più consistenti?

    Vediamo insieme la classifica.

    Al primo posto abbiamo gli studi multidisciplinari con una spesa media di 14.100 euro, seguiti da commercialisti con 8.800 euro (+1,6%) e consulenti del lavoro stabili a 8.700 euro.  In ultima posizione gli studi legali con una spesa media di 5.300 euro.


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  • Fondo di Garanzia per Start Up – 5 buoni motivi per accedere

    Fondo di Garanzia per Start Up – 5 buoni motivi per accedere

    Tutto quello che devi sapere per non commettere errori

    Che cos’è il Fondo di Garanzia

    Il Fondo di Garanzia per Start up è una delle agevolazioni, oserei dire, storiche presenti nel nostro paese. Attiva dal 2000 ha aiutato moltissime imprese e liberi professionisti ad accedere al credito e a farsi finanziare dal mondo bancario in maniera più semplice, economica e veloce.

    A partire dal 2013 il Fondo di Garanzia ha previsto una serie di vantaggi concreti nel caso di richieste di accesso provenienti da Startup Innovative. A questo proposito, vediamo insieme alcune statistiche relative al Fondo di Garanzia e le startup innovative.

    Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel solo 2018 le operazioni relative al Fondo di Garanzia che hanno coinvolto Startup innovative sono state pari a 13.304, ovvero il 10,3% del totale delle operazioni accettate dal fondo con un aumento dell’ 1.6% rispetto al 2017.

    L’importo medio ricevuto come finanziamento da ogni startup è stato pari a circa € 73.662. 

    Se sei curioso e vuoi saperne di più sui numeri e le statistiche relative al Fondo di Garanzia ti suggerisco di dare una occhiata alla sezione “Numeri del Fondo” presente sul portale del Fondo di Garanzia.

    Ti ricordo una cosa fondamentale, anche se ovvia: per poter richiedere la garanzia del fondo dovrai effettivamente essere una startup innovativa, ovvero una PMI obbligatoriamente iscritta nella sezione speciale del Registro delle imprese, come previsto dall’articolo 25, comma 8 del decreto legge n.179/2012.

    Essere una “semplice” startup, ovvero una nuova impresa non ti garantisce i vantaggi previsti per le startup innovative.

    Di seguito ti fornirò 5 buoni motivi per richiedere la  tramite il Fondo per la tua Startup Innovativa.

    Fondo di Garanzia per Start up – perchè conviene accedere?

    Ecco qui 5 buoni motivi per cui il Fondo di Garanzia per Start up può fare al caso tuo:

    1. La garanzia sui  bancari alle startup è concessa a titolo gratuito, quindi non dovrai pagare nessuna commissione di accesso alla banca per la tua richiesta.
    2. Alle domande riferite a questa tipologia di  è assegnata priorità in fase di istruttoria e presentazione al Comitato di gestione: quindi la risposta positiva o negativa da parte del Medio Credito Centrale arriverà prima per te che sei un Startup Innovativa.
    3. Il Fondo copre fino all’80% dell’ammontare del finanziamento, nel caso di garanzia diretta, o l’80% dell’importo garantito da confidi o altro fondo di garanzia, nel caso di controgaranzia.
    4. Un importo massimo garantibile dal Fondo maggiore, per singola start-up innovativa, pari a 2.5 milioni di euro da utilizzare, eventualmente, attraverso più operazioni fino a concorrenza del tetto stabilito. Ti ricordo che non esiste un limite massimo di operazioni effettuabili.
    5. L’intervento del Fondo è ammissibile per tutte le tipologie di operazioni.

    Se vuoi saperne di più, leggi il nostro articolo di approfondimento su come funziona il Fondo di Garanzia.

    I 5 errori da evitare se vuoi accedere al Fondo di Garanzia e sei una Startup

    Nonostante tutto, ancora oggi sono molti gli errori che gli startupper commettono quando decidono di rivolgersi ad una banca, per chiedere l’accesso al Fondo Centrale di Garanzia per le PMI.

    Scopriamo insieme quali sono gli errori più frequenti che quasi tutte le startup innovative commettono.

    1. Non essere una startup innovativa

    Sembra ovvio, ma non lo è. Per accedere alla sezione speciale del Fondo di Garanzia per le Startup Innovative…devi esserlo! Dunque, non basta essere una “normale” srl costituta da pochi mesi, ma serve “una marcia in più”, ossia l’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese.

    Tu ce l’hai? Se non sei sicuro di poterti iscrivere dai una occhiata ai requisiti.

    2. Non avere capitale a sufficienza

    Una delle prime cose che una banca verifica quando chiedi di accedere al Fondo è la tua patrimonializzazione.

    Ovvero? In parole povere quanti soldi avete messo tu o i tuoi soci nell’impresa. Con una srls con 100 euro di capitale sociale e poco altro…non si va lontano, sorry!

    3. Sparare troppo in alto

    Se hai letto il punto precedente ti sarà più facile capire il concetto di leva finanziaria, tanto banale quanto implacabile.

    Se non credi in te stesso nessuno lo farà al posto tuo, che tradotto nel linguaggio “finanziario” significa: non puoi indebitarti senza avere il patrimonio sufficiente per “assicurare” il prestito.

    Dunque, se hai 10.000 euro di capitale sociale, chiedere 2 milioni e mezzo di euro non è una mossa intelligente.

    4. Non avere un business plan o non averne uno decente

    Togliti dalla testa la vecchia mentalità del “conosco il direttore”, perché servirà solo a farti fare brutta figura!

    Tutti i progetti per i quali si richiede l’intervento del Fondo di Garanzia hanno bisogno di un business plan per essere valutati.

    Mi riferisco ad un piano d’impresa dettagliato, di almeno 3 o 5 anni (in base al tipo di debito), che comprenda un’analisi di mercato, un approfondimento sulla concorrenza con un benchmark sui competitor, la strategia commerciale, distributiva, di comunicazione e marketing, la struttura operativa della attività, le competenze del team, la struttura organizzativa e la sua evoluzione, gli eventuali aspetti legali, le previsioni economiche, finanziarie e di cassa eventualmente mensilizzate, un executive summary, etc. etc…

    Viene da se che chiedere all’amico dell’amico, che era bravo in ragioneria, non è la scelta giusta! Armati di impegno, caffeina e di un buon consulente. Non te ne serve uno “qualunque”, ma uno che sia effettivamente esperto in business planning.

    5. Non avere idea di che cosa hai realmente bisogno

    Anche questa può sembrare una banalità, ma spesso non si hanno le idee chiare né sui numeri né sul tipo di debito per il quale si fa richiesta di finanziamento.

    Una regola aurea? I costi di gestione o il personale si finanziano a breve termine, come ad esempio con uno scoperto di conto, mentre i macchinari, gli immobili, o la strumentazione che utilizzerai per più anni, si finanziano con mutui a medio lungo termine.

    Ti voglio lasciare con un piccolo consiglio extra che è semplice e complicato allo stesso tempo. Prima di fare qualsiasi cosa, fermati e documentati, informati e leggi la normativa che trovi sul sito del Fondo di Garanzia e, se hai difficoltà, fatti dare una mano da qualcuno che ne sa più di te.

    Se hai ancora dubbi contattaci e saremo lieti di aiutarti! Nel frattempo…

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  • La Finanza Agevolata in Italia [Infografica]

    La Finanza Agevolata in Italia [Infografica]

    Ecco la prima infografica che rappresenta il mondo della Finanza Agevolata in Italia!

    Segui il nostro blog e periodicamente potrai conoscere l’andamento delle agevolazioni pubbliche di finanza agevolata nel nostro Paese.

    Vuoi sapere se ci sono più bandi a fondo perduto o più finanziamenti agevolati? Se vengono agevolate di più le startup, le pmi o le grandi imprese? Se viene finanziata più l’innovazione, l’occupazione o l’internazionalizzazione? Quali sono le spese che vengono agevolate maggiormente?

    La risposta a tutte queste domande la troverai nella nostra infografica interattiva basata sui dati del nostro database!

    Ora basta perdersi in chiacchiere, scorri verso il basso della pagina e inizia a scoprire com’è fatto questo mondo.

    Alcuni dati hanno sorpreso anche noi!

    clicca qui per visualizzare l’infografica

    Te l’aspettavi fosse così?

    Ti informiamo che puoi trovare altri dati interessanti sulla finanza agevolata in Italia, e sui progetti finanziati dalle politiche di coesione, sul sito di OpenCoesione. Anche se i dati non sono sempre aggiornati al mese precedente, troverai dati navigabili e potrai valutare come vengono utilizzate le risorse nei diversi territori del nostro Paese.

    Se hai ancora dubbi o hai bisogno di un aiuto professionale contattaci e saremo lieti di aiutarti per partecipare ad una di queste agevolazioni!

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  • SBA – Small Business Act

    SBA – Small Business Act

    Da tempo, in modo ricorrente, si sente parlare di “Small Business Act” (SBA). Ma di cosa stiamo parlando realmente?

    In sintesi, con SBA si intende un pacchetto di proposte adottato nel giugno 2008 dalla Commissione Europea per valorizzare le piccole e medie imprese.

    Le proposte sono state accolte con grande entusiasmo da tutto il sistema economico europeo e italiano in particolare, di cui le PMI costituiscono il nucleo centrale.

    L’obiettivo principale di questo strumento è quello di costruire delle solide basi per la crescita e lo sviluppo delle PMI, semplificando il quadro legislativo ed amministrativo dell’Unione Europea e degli Stati membri.

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    Il Rapporto Small Business Act 2015

    Scopriamo insieme quali sono le leve fondamentali su cui il Governo italiano ha puntato per il potenziamento delle PMI del nostro paese nel corso del 2014 e del primo semestre del 2015, ed analizzate dal Rapporto Small Business Act 2015 SBA 2015.

    Tra queste ricordiamo: lo stimolo agli investimenti produttivi, con particolare enfasi su quelli in innovazione, ricerca e sviluppo, la modernizzazione della finanza d’impresa e il rafforzamento della proiezione internazionale del sistema produttivo.

    Per portare avanti questi principi in Italia, sono state promosse diverse agevolazioni, ognuna a favore di una particolare area di sviluppo.

    La visione d’insieme del nostro Paese, che deriva dai risultati presentati nel Rapporto, lascia emergere una ben definita strategia del Governo finalizzata prevalentemente a premiare le imprese di successo (“picking the winners”), cercando di rafforzarle nelle proprie strategie di innovazione e di internazionalizzazione.

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  • Crowdfunding e social lending: sviluppo delle nuove forme di finanziamento in Italia

    Crowdfunding e social lending: sviluppo delle nuove forme di finanziamento in Italia

    Crowdfunding e social lending: nuove forme di finanziamento

    Il social lending, o peer-to-peer lending, è un prestito personale erogato da privati ad altri privati utilizzando Internet e bypassando i tradizionali canali di intermediazione finanziaria.

    “In Italia il social lending è una industry che, per quanto piccola e recente, sta cercando di trovare un proprio spazio nel mercato” – ha dichiarato Simone Capecchi, Direttore Sales & Marketing di Crif.

    Dopo la crisi finanziaria del 2008, questa tipologia di finanziamento, appartenente all’ambito del crowdfunding, è decollata, e nel 2012 ha superato il miliardo di dollari di prestiti erogati.

    Dalla ricerca commissionata da Crif a Sda Bocconi (Peer-to-peer lending: mito o realtà?), la prima in Italia dedicata a questa nuova forma di finanziamento, risulta che, nel 2014, sono state scambiate risorse per un volume complessivo pari a 11 miliardi di dollari, registrando una variazione del 140% in USA ed Europa, e del 300% in Asia (rispetto al 2013). Inoltre, si prevedono volumi triplicati per il 2015, calcolati attorno ai 34 miliardi di dollari.

    Questa ricerca, oltre ad indagare aspetti legati ai tassi d’interesse applicati a livello globale ed alla rischiosità dei prestiti erogati, ha esaminato la situazione italiana, cercando di profilare i possibili utilizzatori del social lending.

    Dall’analisi risulta che i soggetti interessati a questo canale di finanziamento si mostrano generalmente critici nei confronti del sistema bancario, pur dichiarando un livello di confidenza minimo con la banca e di non aver avuto problemi con l’intermediario di riferimento.

    Ma qual è il profilo dell’utilizzatore tipo?

    L’indagine cerca di tracciare l’identikit dei potenziali utilizzatori: uomini con un titolo di studio medio-alto, attenti alla minimizzazione dei costi del finanziamento e con una propensione al rischio più elevata. Tale soluzione alternativa, è maggiormente considerata dagli utilizzatori frequenti di Internet, attivi sui social network o sui siti di e-commerce.

    Il potenziale investitore, invece, non sarebbe influenzato dall’esperienza maturata sulla rete, ma dalle esperienze di concessione di finanziamenti realizzate in passato e dalla fiducia, nei confronti del prossimo e della propria banca, oltre che dalla propensione al rischio. Questo segmento sarebbe formato da uomini con età medio-bassa, che non rappresentano la principale fonte di reddito del nucleo familiare.

    A quanto pare, nonostante oltre i due terzi degli intervistati abbiano manifestato una propensione basso o molto bassa a ricorrere a questo modello, si hanno segnali di coinvolgimento da parte dei cluster più dinamici della popolazione.

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  • Il ruolo della finanza nella crescita delle piccole imprese

    Il ruolo della finanza nella crescita delle piccole imprese

    L’intervento di Luigi Signorini

    Il 4 novembre 2015 all’Università degli Studi di Trento il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini ha tenuto un intervento dal titolo “Sulla crescita delle piccole imprese: il ruolo della finanza”.

    L’intervento ha preso le mosse dalla constatazione delle caratteristiche peculiari della struttura del sistema produttivo italiano, che, com’è noto, è formato per la quasi totalità da micro, piccole e medie imprese.

    Nel corso degli ultimi anni, il nostro sistema industriale ha assistito a numerosi cambiamenti, dagli anni Sessanta alla globalizzazione, fino ai giorni d’oggi, in cui la digitalizzazione si sta diffondendo e sta mutando in maniera permanente tutti i processi produttivi, puntando sempre di più all’innovazione sia a livello di prodotto che di processo.

    “I vantaggi relativi della piccola e grande dimensione non sono né fissi né immutabili, quello che conta è che la struttura produttiva sia capace di reagire con prontezza ai mutamenti competitivi. In questo senso vi è una responsabilità pubblica: se ci sono freni od ostacoli all’adattamento della struttura produttiva, è bene cercare di rimuoverli”

    In Italia sono ancora troppo poche però, le imprese che intraprendono percorsi di crescita ed espansione. I fattori che inibiscono la capacità di crescita delle aziende sono molti e interconnessi tra loro. Alcuni di questi possono essere elementi come la preponderante natura familiare della proprietà, oppure il contesto istituzionale che contribuisce con gli elevati oneri burocratici, la complessità della regolamentazione e delle procedure amministrative e le inefficienze del sistema giudiziario.

    “Per le piccole e medie imprese italiane il legame tra finanza e crescita non sembra essere (principalmente) di natura quantitativa, ma qualitativa. Non è l’ammontare assoluto di risorse disponibili, ma la loro composizione a segnare la differenza”

    Secondo Signorini esistono due modi principali per incidere sul modello di finanziamento delle PMI: misure dirette a cambiare gli incentivi delle imprese e interventi sulla struttura del sistema finanziario.

    Gli incentivi delle imprese

    In Italia, dato il peso elevato dell’imposizione fiscale, la deducibilità delle spese per interessi ha sempre incentivato gli imprenditori a ricorrere al debito piuttosto che al capitale di rischio. Le maggiori aliquote fiscali contribuiscono a spiegare una parte non trascurabile – circa un quarto – dello sfavorevole divario di leverage rispetto agli altri paesi europei.

    La neutralità fiscale rispetto alle scelte di finanziamento è stato un obiettivo perseguito in modo intermittente dal legislatore italiano negli ultimi due decenni.

    Dopo i tentativi di metà anni novanta con il regime del Dual Income Tax, nel 2008 sono stati adottati limiti alla deducibilità degli interessi passivi nelle società di capitale.

    La difficoltà di trovare efficaci meccanismi per tutelare gli investitori esterni e la volontà degli imprenditori di mantenere il controllo dell’azienda nel ristretto ambito della famiglia concorrerebbero a determinare un preferenza sistematica per il ricorso al debito anziché al capitale di rischio.

    Interventi sulla struttura del sistema finanziario

    L’altra grande direttrice del cambiamento del modello di finanziamento delle PMI riguarda lo sviluppo della finanza non bancaria, ovvero nuovi mercati e nuovi finanziatori.

    Il rafforzamento dell’offerta di fondi non bancari è stato perseguito anche con l’introduzione di incentivi fiscali per gli investitori e, più di recente, con l’abbattimento di alcune barriere regolamentari che consente il coinvolgimento di nuovi attori nel finanziamento del sistema produttivo.

    …e il mercato europeo?

    In un mercato finanziario che tende verso una crescente integrazione con quello degli altri paesi europei, le politiche nazionali devono necessariamente coordinarsi con progetti comunitari.

    Quelle che le imprese tengono poco in considerazione è che, oltre ai finanziamenti privati (bancari e non), possono avvalersi di finanziamenti pubblici (nazionali ed europei).

    L’Unione Europea ha infatti stabilito 5 obiettivi strategici per il ciclo di programmazione 2014-2020 che riguardano l’occupazione, la ricerca e sviluppo, il clima e l’energia, l’istruzione, l’integrazione sociale e la riduzione della povertà.

    Per raggiungere gli obiettivi strategici di Europa 2020, l’UE mette a disposizione degli Stati Membri due tipologie di strumenti finanziari, quelli a gestione indiretta, detti anche Fondi strutturali, e quelli a gestione diretta, che comprendono i finanziamenti diretti UE (detti anche programmi tematici o programmi comunitari) e gli strumenti finanziari per l’assistenza esterna.

    Finanziamenti privati o finanziamenti pubblici?

    In definitiva, perché un’impresa dovrebbe avvalersi dei fondi pubblici al posto di quelli privati? Sicuramente perché i vantaggi derivanti dall’utilizzo di finanziamenti pubblici sono molteplici.

    I Contributi a fondo perduto possono essere utilizzati dall’impresa per realizzare investimenti o sostenere costi mediante l’erogazione di capitale del quale non è richiesta restituzione.

    I finanziamenti a tasso agevolato consentono un abbassamento del costo del credito per l’impresa che beneficia di tassi di interesse inferiori rispetto a quelli richiesti se non fosse attivato l’intervento agevolativo.

    Per la forma tecnica della Garanzia del Credito invece, il vantaggio è duplice ed impatta sia sull’impresa che sull’Istituto di credito. Per l’impresa il beneficio si riflette in una diminuzione del tasso di interesse ed in una sostanziale riduzione delle garanzie richieste.

    Per la banca invece, il beneficio è rappresentato dalla possibilità di ridurre gli accantonamenti di capitale sul finanziamento richiesto in quanto nel caso di mancato rimborso del finanziamento interviene la garanzia concessa dallo Stato o da Confidi.

    Signorini conclude affermando che “la teoria economica ci insegna che un sistema finanziario diversificato e un’equilibrata composizione delle fonti di finanziamento delle imprese possono contribuire in modo efficace alla crescita dell’economia. Le politiche pubbliche, nazionali e comunitarie, possono svolgere un ruolo fondamentale di stimolo al cambiamento, se intervengono efficacemente sulle distorsioni della regolamentazione e forniscono i corretti incentivi agli operatori del settore privato”.

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  • Indagine del MiSE sulle PMI eccellenti

    Indagine del MiSE sulle PMI eccellenti

    Il Ministero dello Sviluppo Economico, ha svolto, nel mese di maggio 2015, un’indagine sulle “PMI eccellenti”, con la finalità di indagare su questa tipologia di imprese, per evidenziarne i principali fattori di forza e di debolezza e suggerire alcuni interventi normativi al policy maker.

    L’indagine del Mise sulle PMI eccellenti è stata svolta in una fase congiunturale estremamente interessante e che ha visto il nostro Paese è uscire ufficialmente dalla recessione. L’Italia, inoltre, è stata protagonista di un intenso processo di ristrutturazione del mercato nazionale che ha portato ad un forte ampliamento del gap già esistente, tra le imprese cosiddette perdenti e relegate ad operare esclusivamente sul mercato locale ed imprese vincenti, ovvero realtà proiettate verso mercati internazionali ed impegnate in articolate strategie di innovazione.

    L’indagine del MiSE si è rivolta solamente verso queste ultime, considerate come imprese dotate di «marcia in più» rispetto alle altre.

    Ma come si definisce una PMI “eccellente”?

    Secondo l’indagine del Mise sulle PMI eccellenti è necessario soddisfare almeno due dei seguenti :

    • aver realizzato nel triennio 2012-2014 spese in Ricerca & Sviluppo
    • avere un discreto livello di managerialità (presenza di almeno tre manager/quadri)
    • aver realizzato nel 2014 o programmato per il 2015 investimenti innovativi.

    I principali risultati dell’indagine

    Quello che emerge dall’indagine è il forte impegno della maggioranza del campione intervistato sul fronte degli investimenti, prevalentemente di carattere innovativo: questo dato è particolarmente rilevante dati i diversi anni di “sciopero degli investimenti”. Infatti poco più dell’80% delle imprese ha indicato di aver realizzato investimenti nel 2014 e di aver intenzione di realizzarli nel 2015.

    L’autofinanziamento, forma prediletta dal 65,5% delle imprese, ed un elevato indebitamento bancario – soprattutto di medio/lungo periodo – sono le modalità di finanziamento degli investimenti più utilizzati dalle PMI eccellenti.

    Solo la minima parte delle imprese fa ricorso agli strumenti di finanza innovativa (ad esempio, mini bond) e di agevolazioni pubbliche.

    A conferma di questo, solo il 42% del campione segnala di conoscere la direttiva comunitaria sull’attuazione dello Small Business Act, e in media oltre la metà (53%) non ha mai sentito parlare delle recenti misure del Governo (Aiuto alla Crescita Economica, Mini bond, Contratti di rete, agevolazioni su brevetti e marchi). Due terzi, invece, riferiscono di conoscere altre agevolazioni pubbliche, come Sabatini bis, credito di imposta e incentivi per assumere personale altamente qualificato.

    Solo l’11% delle PMI eccellenti ha fatto ricorso ad agevolazioni pubbliche (soprattutto da enti locali e regionali, molto meno dal Governo centrale), e in media dichiarano di aver riscontrato effetti positivi, anche se con intensità diverse, sulle principali variabili aziendali (in particolare su fatturato e investimenti).

    …e per il futuro?

    Come anticipato, l’indagine del MiSE, aveva come obiettivo quello di suggerire alcuni interventi di policy, tra cui ha evidenziato:

    1. La poca conoscenza delle misure agevolative a livello territoriale. È necessario che le Amministrazioni locali diffondano le informazioni necessarie alle imprese per favorire l’accesso al credito. Un secondo punto rilevante è la scarsa attenzione alla digitalizzazione delle PMI eccellenti, soprattutto riguardo all’utilizzo dei dati aziendali.
    2. La maggior parte delle PMI (circa l’80%), probabilmente a causa dell’alto contenuto tecnologico ed innovativo della loro attività, operano in autonomia. Bisognerebbe quindi implementare gli strumenti di cooperazione, come ad esempio il contratto di rete, per favorire la sinergia tra le imprese.
    3. Nonostante la recente misura del Patent Box, che rende fiscalmente esenti una parte dei redditi derivanti dalla realizzazione di brevetti e marchi, la quota di imprese eccellenti che, nel triennio 2012-2014, ha realizzato investimenti in questo ambito, rimane sempre molto modesta.
    4. Infine si sono evidenziati i due problemi più comuni delle PMI italiane, l’elevata età degli imprenditori, per la quale appare sempre più necessario affrontare il problema del ricambio generazionale, e la diversità di performance tra la piccola e la media impresa eccellente. Queste ultime infatti mostrano dei risultati, sia in termini congiunturali che di strategie, migliori rispetto alle piccole imprese. E’ quindi necessario implementare delle misure in grado di aumentare la dimensione media delle imprese italiane.

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